imagealt

Convegno su legalità e mafia: a tu per tu con Gianni Pesce

Parte da un ricordo personale - l’aver lavorato a fianco di Giovanni Falcone - e continua su un piano più ampio - come funziona la criminalità organizzata oggi -  l’incontro di mercoledì 25 maggio 2022 degli studenti del nostro istituto con Gianni Pesce, già Dirigente della Polizia di Stato, per l’anniversario dei 30 anni dalla strage di Capaci sul tema: “La mafia tra passato e presente”.

Gianni Pesce, oggi 82enne, con un passato da sportivo, campione di baseball e velista, si è dimostrato uomo appassionato e dagli inossidabili principi morali ed etici, che si possono riassumere nel suo motto “perseguire il giusto non l’opportuno”.  

Nel bellissimo incontro all’Auditorium di Chiavari, ha raccontato la sua attività nella Polizia di Stato, partendo dalla Sardegna, dove aveva fatto domanda di trasferimento e dove poi ha scelto di vivere. 

Nell’isola ha saputo cogliere la vera essenza degli isolani e ha compreso le ragioni della delinquenza sarda, che ha spiegato brevemente: in Sardegna non c’era mai stata un’autorità centrale che desse sicurezza, perciò esisteva una giustizia privata. Non erano semplici delinquenti, erano persone abituate così da millenni. Le forze dell’ordine dei Savoia, dopo l’unità d’Italia, sono state viste come invasori e non hanno saputo conquistarsi la fiducia della popolazione. Pesce, che aveva intuito questa situazione e che iniziò a dare fastidio ai poteri forti, fu relegato in un piccolo commissariato che ricorda quello dei Bastardi di Pizzofalcone, formato da poliziotti che erano stati mandati via dalle loro sedi precedenti perché si erano ribellati a comportamenti illegali dei loro superiori.  Con questa squadra improbabile, però, è riuscito a ottenere buoni risultati specialmente nella lotta al narcotraffico. 

Le rivelazioni di uno dei primi pentiti, lo hanno portato a seguire un’inchiesta su personaggi dello Stato che però appartenevano a Cosa Nostra (Nino e Ignazio Salvo); in questo modo ha avuto il privilegio di conoscere Giovanni Falcone e di lavorare al suo fianco per imbastire il famoso Maxi processo. 

L’ex vicequestore ha sottolineato che il termine pentiti non è esatto: occorre parlare solo di collaboratori di giustizia: persone che non si pentono degli orrori che hanno perpetrato, ma che decidono di collaborare soltanto per convenienza.

Le origini di Cosa Nostra sono molto lontane nel tempo. Le prime notizie orali di una società segreta risalgono al 1200. Nel 1500 ci sono notizie scritte dei Sicari che vendicavano torti a pagamento: questa società segreta appariva una specie di Robin Hood che difendeva i poveri contro una nobiltà strafottente. 

Nei secoli la società segreta diventa un’organizzazione raffinata che ha costruito uno stato nello Stato, uno stato, però, delinquenziale con strade opposte alla legalità, che ha . come unico scopo il maggior guadagno possibile ottenuto penetrando come una piovra nello Stato.

La regola principale della mafia è il merito: i boss sono intelligenti, razionali e capaci, agiscono solo se serve. C’è una serie di esami per scalare i vertici dell’organizzazione, esiste una serie di scalini che ciascuno non può superare se non ha passato l’esame specifico. Il ragazzino deve imparare a portare esclusivamente pizzini. Una volta fatto, il secondo passo è guidare una macchina (anche senza patente).  Il terzo passo è portare la macchina con a bordo dei sicari che fanno un delitto di mafia. Il quarto passo vede la partecipazione a un gruppo di fuoco di così via. Di gradino in gradino si arriva alla cupola, una specie di senato che raggruppa tutti i più importanti rappresentanti di tutta la Sicilia. In cima c’è il capo dei capi. Questo sistema è molto difficile da abbattere. 

Il merito mette ai posti giusti le persone giuste. Lo Stato, invece, purtroppo, si basa sul demerito: è meglio avere ai vertici persone senza merito, che non approfondiscono nulla così che non arriveranno mai a toccare gli intoccabili nascosti nelle pieghe del potere. Un funzionario dello Stato bravo, invece,  riesce a dare fastidio ai poteri forti e pertanto non è benvisto. 

Pesce poi parla della mafia oggi riportando ciò che diceva Falcone: la mafia che uccide ha le spalle al muro, sta perdendo, la mafia che non uccide più ha vinto. La mafia ai nostri tempi sta vincendo, si è infiltrata nel sistema dello Stato ed ha risolto il problema di tutto il denaro che guadagna con il traffico di droga: ha comprato il potere economico, si è impossessata, cioè, del sistema economico italiano. Grandi imprese italiane si basano su capitale mafioso e riciclano il suo denaro sporco. 

Parla della magistratura, e auspica che venga cambiata: oggi nessun magistrato deve giustificare ciò che fa e diventa intoccabile per tutta la vita; molto meglio il sistema dell’antica Roma, dove i magistrati erano eletti per una sola legislatura  e pagavano gli eventuali errori. Inoltre è convinto che l’indagine debba essere lasciata alla Polizia non alla magistratura che agisce per rogatorie. 

Si è rivolto ai ragazzi, si è mischiato tra loro, non nascondendo la sua sordità, per poter rispondere alle loro diverse domande e per dar loro speranza: sono loro il futuro dell’Italia e possono cambiare lo stato delle cose con l’arma del voto. 

Alla domanda su Falcone racconta di come vivesse in una specie di bunker in modo molto semplice, senza alcun lusso. Era molto intelligente e per fortuna era dalla parte dei “buoni”; l’unica sua passione era portare a termine bene il suo lavoro a vantaggio del popolo italiano. Siccome le sedi istituzionali erano inquinate da Cosa Nostra, si incontravano sempre fuori dai palazzi della giustizia, di solito dove Falcone abitava. 

Gli studenti si sono interrogati su come si possa vivere con la consapevolezza di poter essere uccisi e Pesce ha spiegato che per lui sono stati la prudenza  e un certo menefreghismo ad aiutare a superare la paura. 

Ha sollecitato i ragazzi a studiare perché dietro a una scuola che non è più in grado di preparare ci sta un disegno malandrino di chi vuole avere un popolo ignorante per manipolarlo meglio. La scuola, invece, deve tornare a essere cultura perché la cultura fa l’individuo. Non solo, occorre una formazione etica che ci inculchi che tutti noi facciamo parte di una collettività e dobbiamo lavorare a suo vantaggio. 

I ragazzi erano curiosi di sapere cosa pensasse della liberalizzazione delle droghe leggere: la risposta molto intelligente è stata di non aver mai voluto avere padroni, qualcuno o qualcosa che lo dominasse e lo governasse, che fosse “leggera” o meno. Pesce ha avuto a che fare con l’eroina nel suo lavoro e sa che dall’eroina non si esce e purtroppo la droga leggera apre spesso le porte alla droga pesante. 

Gli è stato poi chiesto perché avesse scelto di entrare in Polizia, pur avendo altre possibilità, anche di magistratura, ed ancora una volta nella risposta è emerso il suo desiderio di fare cose concrete per il bene, di costruire la società facendo rispettare le regole. 

Si è infine posto da solo la domanda se avesse imparato qualcosa di buono dalla mafia: il merito, il premiare chi è bravo ed  impegnato, così nella scuola come sul lavoro. 

Gli studenti sono rimasti coinvolti da questo ottantenne appassionato e hanno compreso di aver avuto una lezione di vita a tutto tondo, non solo sull’argomento Mafia.